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L'Abruzzo di Gertrude Goetz

Gertrude GoetzL'Abruzzo di Gertrude Goetz

 

“Era molto bella, bionda con le treccine e gli occhi azzurri. Si notava subito rispetto alle altre bambine del paese”, così la ricorda a distanza di quasi settant’anni, Silvana Modesti, una sua coetanea.

 

Gertrude Goetz, nata a Vienna da famiglia e­brea, ha undici anni quando giunge nel 1942 a Ca­stilenti, sulle colline tra mar Adriatico e Gran Sasso d’Italia, tappa di un doloroso viaggio iniziato nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni razziali, dopo il rilascio del padre dal campo di Da­chau. A Castilenti madre e figlia si ricongiungono al padre appena liberato dal campo di internamento di Isola del Gran Sasso. I Goetz erano scesi in Italia, come altri ebrei di lingua tedesca, lasciando ogni proprietà, rimanendo poi coinvolti nell’applicazione di norme analoghe assunte “a difesa della razza”. Dopo un periodo vissuto a Milano, nel 1942 la fa­miglia subisce la misura del confino forzato in A­bruzzo. 

 

A Castilenti Gerti trova, per la prima volta nella sua giovane vita, accettazione, benevolenza e gesti di umanità. Nonostante gli stenti, la mancanza di cibo, la malattia di sua madre e l’insicurezza sul destino ultimo della famiglia, la bambina trova un rifugio, non solo tra i contadini umili, ma anche tra le famiglie benestanti e con ruoli chiave nel partito fascista del paese. Lei stessa mostra notevoli ca­pacità di adattamento. Nonostante ve­nisse dalla città, imparò presto a portare al pascolo le pecore e a fare lavori in campagna, pur di aiutare la famiglia nella quotidiana lotta alla sopravvivenza, integrandosi al tempo stesso nella vita del paese e poi facendo lezioni di ripetizione per i figli dei con­tadini nelle case di campagna.

 

libro di Gertrude GoetzA distanza di tanto tempo, la Goetz raccoglie i ricordi della sua difficile infanzia, li analizza e li rielabora secondo una visione u­nitaria in un libro pubblicato negli Stati Uniti, dove è stata bi­bliotecaria e docente di liceo a Los Angeles, dal titolo “Memory of Kindness: Growing UP in War Torn Europe” (Memoria di infanzia: crescendo nell’Europa in guerra).

Il suo racconto presenta in copertina una foto di Castilenti, con lo sfondo del Gran Sasso d’Italia. È un’immagine che ripropone il suo arrivo in paese: “Per raggiungere Castilenti, uno dei tanti paesini isolati e appollaiati sui pendii del Gran Sasso, la cima più alta degli Ap­pennini, bisognava attraversare un paesaggio di una bellezza na­turale che toglie il respiro. In lontananza si vedevano la catena ap­penninica coperta di neve, maestosa, e miglia e miglia di cam­pi coltivati, punteggiati qua e là da piccole fattorie e da contadini occupati a coltivare i campi”.

Ma è soprattutto la vita semplice e l’umanità di quella comunità che viene snocciolata nei particolari. Come ebrea non può essere ammessa a scuola. Eppure dopo alcuni mesi di confino, il di­rettore didattico si assumerà la responsabilità di inserirla in clas­­se, rischiando pesanti conseguenze. Gerti ricorda come i bam­bini del paese la trattassero come una di loro, mentre qualche piccola curiosità riguardava il suo essere ebrea. È interessante notare come la ragazzina, figlia unica, avesse ben chiara l’intenzione di integrarsi nel contesto locale, dominato dalla tradizionale cultura cattolica, pur conservando con altrettanta determinazione la volontà di voler rimanere ebrea. 

Compare nel libro una vecchia foto in b/n con altre bambine impegnate a seguire una lezione di cucito e ricamo sotto la guida di suor Cipriani. Gerti è riconoscibile dal colletto bianco. Alla sua sinistra Silvana Modesti. Sarà proprio suo figlio, Gianni Cilli, a fornirmi i primi riferimenti della storia di Gertrude Goetz, che lui scoprì trovando una lettera diretta a suo zio Michelino, proveniente da Los Angeles. 

La lettera testimonia l’incancellabile legame con Ca­stilenti, che diventa espressione di profonda riconoscenza so­prattutto do­po l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando i tedeschi occuparono il paese. La posizione della famiglia Goetz, come quella di migliaia di ebrei in Italia, divenne allora pericolosissima. Fu addirittura il segretario del fascio, (don) Luigi Savini, ad avvertirli che da fonte tedesca era arrivata la notizia che gli ebrei presenti in paese sarebbero stati convogliati a Modena per poi essere trasportati in un campo di sterminio in Polonia. Rischiando la vita, sia di fronte alle occupanti truppe tedesche, sia a possibili delatori tra i fa­scisti irriducibili, il federale li invitò a scappare, appena in tempo per sfuggire alla deportazione. Iniziò quindi una nuova peregrinazione tra campi e sentieri, con ricoveri di fortuna presso contadini che li nascosero, dividendo quel poco di cibo disponibile, cercando di dirigersi verso sud, nel tentativo di superare il fronte. Si rilevano i passaggi per Penne, Farindola, dove incontreranno il vescovo della allora Dio­cesi di Penne lì riparato, e quindi Chieti, dove giunsero nel giugno del 1944.

Presso il Comando degli Alleati di Chieti lo status di internati venne modificato in quello di profughi. Con un treno vengono diretti a Bari e poi destinati al campo rifugiati di Santa Maria al Bagno presso Nardò, in Salento. Qui Gertrude conobbe Sa­muel, ebreo polacco, che divenne successivamente il compagno della sua vita. Nel 1949 la famiglia Goetz lasciò l’I­talia e l’Europa per iniziare una nuova vita negli Stati Uniti.

Proprio in Puglia, la Besa Editrice di Bari, ha pubblicato l’edizione italiana del racconto della Goetz con il titolo “In segno di gratitudine”, che sintetizza con un pizzico di nostalgia il profondo sentimento provato per gli Italiani conosciuti in un periodo drammatico della propria infanzia. Il periodo sembra ricordato con la stessa intensità ed emozione che avvertì a distanza di tempo Natalia Ginzburg, anch’ella internata quegli stessi anni in Abruzzo, a Pizzoli, sul versante opposto del Gran Sasso, che scris­se “...ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.” 

 

Nel libro la Goetz non manca di fare un amaro confronto tra l’amichevole accoglienza italiana e l’impatto registrato in occasione del suo ritorno a Vienna, sua città natale. Dopo tanti anni dalla fine della guerra, viene accolta con distacco anche da parte di chi abitava nel palazzo dove era nata e dove aveva vissuto con la sua famiglia. Ma anche Castilenti deve riconoscenza per questa testimonianza che restituisce memoria e profonda umanità alla comunità che rivive attraverso personaggi e ritratti di vita quotidiana del paese di allora, spontaneamente permeati di valori fondamentali come la solidarietà, l’altruismo e l’amicizia. 

Articolo di Antonio Bini pubblicato sul numero 98 della rivista D'Abruzzo

 


Consegna della rivsta a Gertrude