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Intervista a Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio
Con 133 voti Donatella Di Pietrantonio autrice abruzzese del romanzo "L'Arminuta" vince il Premio Campiello 2017 (Einaudi), proclamato a Venezia sul palco del Teatro La Fenice.  Marta Viola l'ha intervistata sul numero di primavera di D'Abruzzo (117) riproponiamo quindi le parole dell'autrice a proposito del suo libro. 


Intervista di Marta Viola

L’Arminuta
, in dialetto abruzzese, significa colei che è ritornata. La storia della protagonista senza nome ci trascina nel vortice degli eventi che vive a tredici anni quando si ritrova a casa della sua famiglia di origine, di cui non sapeva l’esistenza perché fino a quel momento aveva vissuto una vita diversa con altri genitori, parenti di quelli biologici, a cui era stata affidata da piccola. Senza un tempo, quasi senza luogo, inizialmente non ci sono coordinate spazio temporali per orientarsi. Ci si sente per questo ancora più vicini allo stato d’animo dell’Arminuta.


Piano piano prende forma il contesto storico e culturale. Siamo in Abruzzo, negli anni Settanta, in una famiglia numerosa dell’entroterra che cresce a fatica i suoi figli. Le persone sono rappresentate come luoghi, di abbandono e astio, raramente di accoglienza, con un’affettività sfuggente e manifestata tra le righe di una quotidianità in cui non c’è spazio per la tenerezza, si è troppo occupati a portare a casa il pane e mettere qualcosa in tavola.

La cornice abruzzese dona colori e caratteri molto determinanti nella definizione dello stile scelto per narrare la storia, rafforzando ogni descrizione che risulta minuziosa e puntuale.
La narrazione appare forte e delicata allo stesso tempo, incisiva e soave. Le decisioni prese dai personaggi stravolgono le loro vite, ma al termine di questa storia intensa c’è un equilibrio raggiunto che dona un senso di riconciliazione. Un romanzo senza filtri, da leggere in una notte.

“L’Arminuta” è il tuo terzo romanzo ambientato in Abruzzo. Il contesto cui appartieni è molto importante per l’anima delle tue storie. Vuoi spiegare come influenza il processo creativo?

L’Abruzzo è come un personaggio un po’ sfrontato che si intrufola sempre nei romanzi e occupa più spazio di quello che intendevo concedergli. Ma lo dico con affetto, non gli porto rancore. È che nella costruzione dei personaggi uso molto il contesto, l’ambiente, per definirli in un modo più laterale, più indiretto rispetto a una descrizione frontale. Comunque in questo libro il territorio è facilmente riconoscibile, ma non ci sono riferimenti geografici espliciti, a parte la coperta abruzzese che viene nominata a un certo punto.
Il tuo primo libro parla del rapporto viscerale, contrastato e delicato tra madre e figlia. Nel secondo romanzo il tema dei legami familiari torna, si allarga e si sviluppa intorno alla tragedia del terremoto che ha colpito L’Aquila nel 2009. Come è nata l’idea di quest’ultima storia?
Si dice che ogni scrittore abbia il proprio demone, la propria urgenza narrativa e la mia riguarda le relazioni familiari in generale e quella primaria tra madre e figlio in particolare, vista anche attraverso le sue storture e anomalie. Mi è capitato più volte in passato di ascoltare vicende reali di bambini ceduti da famiglie numerose a coppie sterili, di solito imparentate. Capitava dalle nostre parti e non solo. Questi racconti mi hanno sempre impressionata, finché si sono sciolti nella scrittura che li ha trasformati in una storia a sé.

I personaggi si presentano con una forte identità, pur essendo descritti in modo sfuggente: non nomini uno dei figli, la protagonista resta “l’Arminuta” per tutta la narrazione mentre altri personaggi sono identificati fin dall’inizio con il loro nome. La protagonista vive le distanze affettive anche dal modo in cui parla dei componenti del suo mondo, vecchio e nuovo, metti il lettore in balia degli eventi come lei e lo porti a condividerne l’angoscia e lo stordimento. È giusto?

Certo. L’Arminuta comincia a raccontarsi nel momento esatto della restituzione forzata alla famiglia biologica, che non ha mai conosciuto. I suoi genitori sono per lei “la madre” e “il padre”, a cui per molto tempo non riesce ad anteporre un aggettivo possessivo che dichiari la reciproca appartenenza di lei a loro e viceversa. Piuttosto sono la madre e il padre dei suoi fratelli, che pure non conosce. È vero che di uno non dirà mai il nome, come a suggerire che in una famiglia così numerosa e problematica le individualità a volte si annullano. Lei rientra ed è radicalmente diversa, non condivide e non comprende nemmeno la lingua parlata dai suoi. La distanza affettiva è enorme, solo con la sorella Adriana si azzera subito, grazie a un’immediata empatia, salvifica.

Racconti anche in dialetto gli aspetti più “poveri” di una famiglia dal retaggio culturale basso, che nel corso della narrazione sembra recuperare dignità e umanità. È un tentativo di donare senso a modalità semplici e antiche non sempre facilmente comprensibili, soprattutto oggi?

È un mondo che conosco. Ho cercato di restituirgli il senso, il buon senso che ha, ma senza celebrarlo, senza indulgenze particolari. Nell’ultima parte del libro questo senso pratico che a volte non emerge in chi è dotato di raffinate sovrastrutture culturali, è rappresentato da Adriana che con un gesto semplice e spontaneo risolve una situazione critica. Ed è vero che l’Arminuta dopo la prima, scioccante impressione della sua famiglia biologica, riesce nel tempo a coglierne l’affettività un po’ imprevedibile, ma certa.

Quanto c’è di te ne “l’Arminuta”?

Molto, anche se nulla mi appartiene della sua storia. Ma ho provato quel suo spaesamento, il dolore acerbo a cui non sai rispondere, il bisogno di attaccarti a certezze fragili. Come tutti, credo, come chiunque viva l’esperienza umana fino al fondo della sua precarietà, senza nascondersi niente, senza farsi paravento di facili sicurezze. Ma anche Adriana è dentro di me, e gli altri. Uno scrittore è posseduto dai suoi personaggi.

La nostra regione si è trovata sotto i riflettori dei media, in un vortice di dolore e di interpretazioni dei fatti non sempre accurate. Come ti senti rispetto a questa situazione?

È sempre sgradevole per gli abitanti di un territorio essere “ricostruiti” con inesattezza e approssimazione a volte offensive. In particolare nella vicenda dell’Hotel Rigopiano siamo stati trattati quasi come mafiosi speculatori. Forse pochi ricordano le battaglie ambientaliste che negli anni ’70 le associazioni attive nella zona hanno combattuto per preservare quel luogo nella sua integrità, contro i progetti di lottizzazione selvaggia dell’epoca. Non c’è da stupirsi che a Rigopiano ci fosse un albergo, c’è da stupirsi che non ce ne fossero molti di più.

La montagna può rappresentare una figura materna e minacciosa allo stesso tempo. Che rapporto vivi con questa entità maestosa con cui sei a contatto dalle origini?

La montagna è sempre stata la quinta che ha fatto da sfondo alla mia vita, sia quando abitavo ad Arsita che a Penne, un po’ più lontano. È il limite che ferma lo sguardo e gli impedisce di perdersi. L’ho sempre percepita nel suo aspetto materno, piuttosto che in quello minaccioso. Certo, la tragedia di Rigopiano ha un po’ cambiato questo vissuto.

Il paesaggio trasformato, i solchi bianchi delle valanghe che tagliano il bosco, ci ricordano che niente è immutabile e ciò che fino a ieri consideravamo una cornice rassicurante ha potuto tradirci.

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