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Ritratto di Giuseppe Cannoni


tramonto infuocato sul Corno GrandeAppena ventenne, quando negli anni ’60 mi ammalai di fotografia, mi colpì una frase di Henri Cartier-Bresson che non riuscii a capire subito: “La fotografia è un modo di vivere”. Per anni rimasi appeso a questa curiosità. L’avevo letta in una sua intervista di cui era tutto chiaro tranne quella citazione che a volte mi sembrava di aver afferrato, ma presto tornava ad essere confusa, inaccessibile. La compresi anni dopo, quando conobbi Giuseppe Cannoni; pensai: ecco un uomo che della fotografia ha fatto il suo modo di vivere.

Alla stessa considerazione, per vie diverse, è arrivato il critico Enrico Maddalena: “Se un alieno, abitante di altri mondi, passasse con il suo disco volante sul nostro pianeta e si imbattesse in Giuseppe Cannoni, racconterebbe al suo popolo che gli abitanti della terra sono creature fornite di tre occhi”. E sì, perché è molto difficile incontrare Giuseppe senza la sua macchina fotografica. Per lui è una necessità fisiologica come il respirare e il camminare. E lo fa da una vita. In una nota di Sergio Magni si legge: “Alcune persone, quando hanno un attimo di tempo, conversano o meditano, altre studiano o pregano, altre ancora leggono o scrivono; Giuseppe Cannoni fotografa” .

Da oltre sessantacinque anni, per la precisione, il suo sguardo attento scruta il mondo con la curiosità e l’entusiasmo di un fanciullo, scoprendone aspetti e attimi che sfuggono ai più. Fu tra i primi in Italia ad occuparsi di proiezioni in “dissolvenza incrociata e sonorizzata” e, negli anni ‘60, alternava l’attività di fotografo a quella di “diaporamista”, una modalità che gli permise di amplificare l’intensità espressiva dell’immagine e la forza del racconto. Come la rete di un cacciatore di farfalle, l'otturatore della sua Leica cattura e rende permanenti quelle occhiate fugaci e sottili.

Analizzare le tante sfaccettature del talento di Giuseppe Cannoni non è opera semplice. Tutti lo conoscono come Maestro del colore, pochi sanno che è anche un Maestro del bianco e nero.  Io ho avuto la fortuna di accedere al suo smisurato archivio e ho potuto godere dei suoi lavori da street photographer su pellicola b&n risalenti agli anni 55/60 quando, per lavoro, frequentava aziende di contadini dell’entroterra marchigiano, umbro e abruzzese. Sue sono le immagini del gusto, per la Slow Food, sul pecorino di Farindola e le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio.

Giuseppe_CannoniQuesta premessa è importante perché ci dà la chiave di lettura dell’intera sua opera. Ci chiarisce soprattutto perché i suoi meravigliosi paesaggi raggiungono quella leggera e allo stesso tempo così profonda espressività da toccare momenti di autentico lirismo: lui fotografa valli e monti come fossero persone, come avessero un’anima. Ecco perché le sue immagini sono diverse. Cannoni riesce a stabilire una complicità intima con alberi, fiumi, cielo, mare …, così come faceva con i contadini che ha fotografato 60 anni fa nelle Marche, o i siciliani e i calabresi negli anni ’80. Reportages memorabili che hanno segnato la Storia della Fotografia Italiana. Dalla critica specializzata è considerato, infatti, uno dei migliori fotografi paesaggisti italiani.

Nel 1998 la rivista “Leica Fotografie International” gli ha dedicato un portfolio e la copertina. Altro suo portfolio è stato pubblicato dalla rivista “Leica Magazin” numero uno del 2003 e con il Gruppo Fotografico Leica, ha realizzato volumi fotografici per i Comuni di Bolzano, Modena, Verona, Bologna e Mirandola.

L’onorificenza di Insigne Fotografo Italiano (IFI), deliberata dal Consiglio Nazionale della FIAF ottenuta al 67° Congresso Nazionale FIAF di Amantea rappresenta il giusto riconoscimento dei suoi eccezionali meriti fotografici e della sua lunga e straordinaria attività d‘Autore. Le copertine del 1° e 2° numero di D’Abruzzo (1988) sono sue, e adesso, dopo circa 30 anni, le sue immagini tornano su questa stessa rivista come a ricordare l’alto livello di qualità che D’Abruzzo ha sempre mantenuto negli anni. Nelle foto di oggi ritroviamo lo stesso fascino di allora, la stessa magia, lo stesso stile. Protagonisti sono sempre i suoi colori, che insieme al maniacale equilibrio armonico delle forme, prendono vita attraversando il suo obbiettivo, e ci pervengono limpidi, sorridenti, carichi di quella bellezza che stupisce, che ci rimanda al mistero del creato: un balsamo per i nostri occhi e ancor più per la nostra anima.

Giovanni Bucci

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