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Maria Concetta Nicolai

Il Mistero della Taverna vecchia

  • Mercoledì, 30 Settembre 2020 15:19

Per la storia Giovanni Cantelmo, quarto Signore di Popoli e primo conte di Bovino, Governatore della Terra di Lavoro e del Principato Ultra, fu un uomo d’arme determinato, un raffinato diplomatico che seppe destreggiarsi tra i Ghibellini e Castruccio Castracane, e infine, un attento amministratore dei suoi possedimenti da cui cercò di trarre il massimo profitto mediante l’imposizione di pesi fiscali, che tuttavia il popolo, forse in virtù della sua fama e delle petizioni che rivolse a Giovanna d’Angiò, non giudicò vessatori.

La sua famiglia, tra le più in vista della nobiltà provenzale, era scesa in Italia, con Bertrando e Giacomo, al seguito di Carlo I durante la conquista del Regno di Napoli, distinguendosi nella battaglia di Benevento, in quella dei Campi Palentini presso Tagliacozzo e nella repressione dei Vespri siciliani.

La fortuna angioina seppellì il coraggioso Manfredi “sotto la guardia de la grave mora” e consegnò il capo biondo di Corradino alla scure del boia, ma se da un lato non riuscì ad offuscare l’aura eroica degli ultimi Svevi, dall’altro non evitò al cinico re zoppo e ai suoi guerrieri una cupa nomea di crudeltà e soprusi, perpetrati fino all’esecrato crimine di disperdere le ossa dei vinti fuori i confini della patria “a lume spento”.

Carichi di una sinistra fama i Cantelmo avevano preso possesso del Castrum Pauperi, occupando il passo intra Montes che controllava la via dei tre Abruzzi.

Probabilmente all’inizio si stabilirono nella fortezza turrita che domina dall’alto le sorgenti di Capo Pescara, un luogo intriso delle insanguinate memorie -già leggendarie in quel finire del secolo tredicesimo- di Malmozzetto e della Contessa di Prezza; e del resto quella dimora issata sulle coste del Morrone ben si addiceva ad uomini abituati più ad essere temuti che rispettati e adusi, per questo, a dormire con la spada accanto al guanciale.

Solo nel secolo successivo, ottenuto il titolo ducale e strette proficue alleanze matrimoniali con i Camponeschi, i Carafa e le figlie di altri turbolenti baroni delle riottose province abruzzesi, cominciarono ad edificare -signore era allora Restaino IV duca intelligente e capace- il palazzo “su la via de Populi” sul quale si abbatté nel 1494 l’ira di Alfonso d’Aragona.

Ma prima, tra il 1333 e il 1337, Giovanni aveva portato a termine la costruzione della Taverna, detta poi vecchia per distinguerla da quella dell’Università, sul modello tipico della bottega medioevale con i magazzini e i locali per lo smercio a piano terra; le stanze di residenza al secondo al quale si accede da una porticina rialzata rispetto al piano stradale e che la voce popolare chiama “la porta del morto”, sottintendendo non solo l’uso di aprirla in occasione dei funerali, ma ancor più i delitti e i notturni trasporti di cadaveri per i quali si schiudeva e su cui era meglio per tutti stendere l’ombra dell’oblio.

Per edificarla Giovanni non badò a spese e chiamò le migliori maestranze, forse anche d’oltralpe, affinché innalzassero la costruzione con il decoro che si addiceva a un personaggio di tanto lustro. I conci di pietra squadrata, scuriti dai secoli le danno un senso di maestosa solidità, mentre il portale ogivale ornato di racemi rimanda agli stili borgognoni.

Una cornice marcapiano divide la facciata in due livelli orizzontali, come volesse sottolineare e circoscrivere alla parte superiore l’eleganza coniugata dalle due bifore che interrompono la compattezza della muraglia. Ma la lievità delle arcatelle trilobate e delle colonnine divisorie è solo un accenno, sia pure illustre, di legiadria, poiché i tre leoni aggettanti e soprattutto il concio ad altorilievo con l’immagine simbolica del leone che agguanta l’agnello riaffermano il concetto dell’autorità e della potenza.

Splendido esempio di architettura civile, la Taverna vecchia ha sempre colpito l’immaginazione dei tanti viaggiatori che per secoli sono passati da Popoli, nodo della “via degli Abruzzi”, compreso Alessandro Dumas padre che vi si fermò nel 1861, quando al seguito di Garibaldi, con un incarico assimilabile a quello del Sovrintendente ai Beni artistici, andava rintracciando le preziosità del Meridione d’Italia. E sembra che la Taverna lo abbia colpito a tal punto da volerla descrivere in una delle avventure dei suoi “Tre Moschettieri”.

Ma ad attrarre i visitatori di ieri, come quelli di oggi, è la singolare ed enigmatica sequenza decorativa che ne caratterizza la facciata. E, se i più si fermano agli otto scudi araldici, la curiosità degli altri si attarda sulle sette figure intramezzate tra le insegne.

Gli scudi, per la cronaca, rappresentano la gloria dinastica dei Cantelmo ricordando le nobiltà ad essi imparentate. I primi due, l’uno e l’altro gigliati con rastrello a cinque punte in capo, ma il secondo attraversato da una banda, si riferiscono agli Artois, così anche il terzo a pieno vaio; il quarto con leone rampante e il quinto con la stessa insegna attraversata dalla banda, sono di Casa Stendardo.

Seguono il leone rampante sovrastato da un rastrello a cinque punte, proprio di casa Evoli, una scacchiera a dodici punti con quelli pari carichi di giglio dei Lagonessa e infine il leone rampante con rastrello a tre punte, emblema che i Cantelmo usavano anche per i cimieri da armatura e per i sigilli.

Si tratta di un vero e proprio repertorio dinastico che inneggia alla origine francese della Casa: e probabilmente fu proprio tanto orgoglio nazionale a stupire Dumas; ma a custodire il mistero e i segreti di Giovanni Cantelmo sono, al contrario, le figure simboliche scolpite in bassorilievo tra gli scudi.

Nell’ordine rappresentano una cicogna, un mostro immaginario bicefalo che ha zampe di cane, corpo di uccello, volto umano dalla cui sommità spunta il busto di un uomo che suona un corno da caccia, una suonatrice di liuto graziosamente seduta su uno sgabello.

Seguono un giovane nudo che solleva una gamba e atteggia le braccia quasi ad un movimento di danza, una figura virile, barbuta e itifallica che conculca un drago, il quale, a sua volta, solleva il capo in atto di mordere. Questa figura, più delle altre, attrae l’attenzione anche perché regge nella mano destra un cartello con la scritta “vedeteuo questo”. Concludono la sequenza una doppia rosa a otto petali con al centro un bocciuolo e la scena agreste di un villano che indossa una corta tunica e un cappello e, brandendo un bastone, conduce al pascolo un vitello.

A Popoli l’immaginario popolare si è appuntato, come era prevedibile, proprio sulla figura itifallica costruendovi sopra la truce leggenda del duca zoppo e del suo jus primae noctis che tuttavia, se alla leggenda si vuol dare un qualche appiglio storico, non c’entra per nulla. Le gesta erotiche e vessatorie, di cui si favoleggia, vanno infatti riferite non a Giovanni Cantelmo o al fratello Restaino che gli successe nel governo feudale, e autore di innumerevoli nefandezze tanto da finire scomunicato persino in un tempo in cui forzare conventi, stuprare monache, era cosa non del tutto inusuale, ma a Don Fabrizio, quarto duca di Popoli che imbandì la mensa con il capo mozzo di un giovane sposo che l’aveva beffato.

Né la sequenza può alludere al peso fiscale del pedaggio la cui lapide ancora campeggia accanto al portale, poiché vi fu apposta, sul finire del secolo decimosesto, proprio da Don Fabrizio che intese in tal modo regolamentare un diritto più antico e ribadire una pratica forse in parte evasa, se alla fine si richiamano anche le misure costrittive: “se passando alcuno con qualsivoglia sorte di suono e non sonando se li possa levare l’istrumento del suono”.

Al passo di Popoli pagavano tutti: i carri con “ciascuna salma tanto piccola come grande, cavalli venti; per ciascuna bestia grossa cioé cavallina, giomentina, somarina, bovi vacche et muli grana dieci; per ciascuno centenaro di pecore castrati, agnelli et capre carlini cinque, per ciascuno centenaro di porci carlini dieci, per ciascuna donna meretrice che passasse grana dieci, per qualsivoglia persona che passasse co’ robbe in spalla come zafferane, spetiarie, e merciarie bambagine, chiavattieri, tinari e altre robbe grana uno”. E se non c’era moneta sonante di grani e cavalli si pagava in natura, meretrici comprese.

Ma tutto questo non c’entra con la sequenza simbolica voluta da Giovanni Cantelmo che vi dichiara un pensiero ben più alto e ineffabile, mutuato forse da quelle dimore segrete che Fulcanelli chiama filosofali. La dissonanza, se proprio la si vuole trovare, sta nel fatto che questa non è la fumosa officina di un alchimista, ma una taverna fiscale e di posta. Al pianterreno, tuttavia, viene da eccepire, perché in quelle stanze di sopra, a cui si accede dalla porta stretta del morto e illuminate appena dalla luce radente delle due belle bifore, la questione poteva essere anche diversa. Quali antichi saggi vi avrà accolto Giovanni Cantelmo e quali segrete carte vi avrà studiato egli stesso al fioco lume di lucerna?

Erano quelli anni in cui si finiva scomunicati per aver depredato un monastero o per non aver assolto l’obbligo coniugale, ma anche anni in cui persino i pari del regno e i sodali del re finivano al rogo per eresia. E di un racconto eretico, per l’appunto, si tratta quello che Giovanni Cantelmo fece apporre sulla sua Taverna. Una dichiarazione di aeresis che si addentra in altri mondi e in altre realtà.

Viene da pensare che questo raffinato stratega e potente uomo di corte, la cui signoria fu funestata da pestilenze e terremoti, che vide le sue nobili nozze con Angela di Etendard non arricchite da una prole, che assistette all’assassinio di re Andrea e al torbido matrimonio segreto di Giovanna, consolasse il suo spirito, liberando il pensiero nella ricerca labirintica dell’oro filosofale e dell’occultum lapidem.

Che cosa avrà voluto dirci Giovanni Cantelmo resta un mistero, o se si vuole un segreto. E se sui misteri si può anche indagare percorrendone gli oscuri significati con gli strumenti delle ipotesi, sul segreto è d’obbligo mantenere il silenzio. Anche il nostro.

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