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Il pittore Carl Borromäus Ruthart in Abruzzo

Foto di Mauro Congeduti

Un susseguirsi di dossi erti e selvaggi, vestiti dei toni caldi di un autunno avanzato. La luce radente del tramonto ne delinea l’orografia tormentata, rivelandone ogni piega. A sinistra le pendici dei monti declinano ripide su un’ampia depressione, occupata da specchi d’acqua e limitata all’orizzonte da dolci ondulazioni collinari.
A destra il versante precipita in una gola rocciosa, sul fondo della quale scorre un torrente; un esile ponte scavalca quell’abisso vertiginoso, mettendo in comunicazione le due sponde, vigilate da un fortino e da una torretta. Pochi altri segni di presenza umana sono dispersi nelle solitudini alpestri: un casolare isolato tra la boscaglia, dietro a due olmi secolari, un gruppo di edifici rurali in lontananza, al culmine di un’altura.

ruthart

È quanto si vede in una piccola tela (46 x 60 centimetri) di Carl Borromäus Ruthart, ceduta nel 1966, con numerosi altri dipinti dell’autore, al Museo Nazionale d’Abruzzo dal Municipio dell’Aquila, al quale la raccolta era pervenuta per devoluzione, dopo la soppressione postunitaria dei cenobi di Santa Maria di Collemaggio e di Santo Spirito al Morrone, e la conseguente demanializzazione delle opere d’arte in essi conservate. Nell’illustre abbazia aquilana l’artista, nato a Danzica attorno al 1630 e affermatosi precocemente come pittore di cacce e di animali, trascorse gli ultimi trent’anni della sua esistenza, dopo aver abbracciato la vita monastica a Roma, in Sant’Eusebio all’Esquilino.

L'articolo completo è stato pubblicato sulla rivista D’Abruzzo n. 120 inverno 2017
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