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Il trabocco Il trabocco

Il Trabocco

Foto Gaetano Basti

Il trabocco è una macchina da pesca costituita da una piattaforma collegata alla terra da un ponticello e sospesa su travi erette e fissate con straordinaria perizia a ridosso di punte rocciose e scogli, là dove il mare presenta profondità e correnti favorevoli alla pesca.

Dalla piattaforma si protendono verso il mare bracci di legno (antenne) che sostengono la grande rete (bilancia) che viene calata e issata con l’aiuto di un grande argano fissato al centro della stessa piattaforma; un casottino di legno funge da riparo per i pescatori. Così la descrive ne “Il trionfo della morte” D’Annunzio il quale veniva spesso da Francavilla a Ortona a piedi: “per gli scogli, perigliosamente ma dilettosamente, respirando l’odore delle alghe”.

“Le due maggiori antenne verticali, sostenute alla base da piuoli di tutte le grossezze, s’intersecavano, s’intralciavano congiunti tra di loro per mezzo di chiodi enormi, stretti da fili di ferro e da funi, rinforzati con mille ingegni contro le ire del mare. Due altre antenne, orizzontali, tagliavano in croce quelle e si protendevano come bompressi, di là dalla scogliera, su l’acqua profonda e pescosa. Alle estremità forcute delle quattro antenne pendevano le carrucole con i canapi corrispondenti agli angoli della rete quadrata. Altri canapi passavano per altre carrucole in cima a travi minori; fin negli scogli più lontani eran conficcati pali a sostegno dei cordami di rinforzo; innumerevoli assicelle erano inchiodate su per i tronchi a confortarne i punti deboli.La lunga e pertinace lotta contro la furia e l’insidia del flutto pareva scritta su la gran carcassa per mezzo di quei nodi, di quei chiodi, di quegli ordigni. La macchina pareva vivere d’una vita propria, avere un’aria e una effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni e anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità resistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione speciali, un’impronta distinta come quella d’una persona su cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuto la loro opera crudele”.

Nonostante l’aspetto arcaico è dunque una macchina di complessa ingegneria, affinata in una pratica secolare che sembra debba essere fatta risalire ad alcune famiglie sefardite che si stabilirono su questo tratto di costa intorno al XVII secolo.

Gli esemplari più antichi sono ultracentenari come mostrano quello di Punta della Mucchiola, datato 1880, il celebre trabocco del Turchino, cui si riferisce la descrizione sopra riportata e costruito nel 1871, più a sud quello del sasso di Rubbanhille che forse è il primo costruito nel 1877. Il trabocco, benché sia una struttura fragile, riesce a resistere all’impatto con il mare, e sopravvive alla forza distruttrice della natura in un rapporto dialettico con essa, grazie alla necessaria opera di manutenzione e spesso di ricostruzione. A volte però il danno è tanto grave che è necessario costruire un trabocco di fatto completamente nuovo. Oggi il trabocco non svolge più la sua funzione secolare di integrazione dell’economia agricola, poiché il mare non offre più pesce nelle stesse quantità e qualità del passato. Alcuni sono stati trasformati in punti di documentazione e informazione, altri in terrazza ristorante. Intanto questo prodotto di architettura spontanea, esempio di connubio tra uomo, terra e mare, mantiene oggi la funzione di identificare questo splendido tratto di costa.

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