Sarà inaugurata domani 26 settembre – sino al 24 gennaio al MAXXI – la mostra promossa dal Comune dell’Aquila Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila, curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini. La mostra è tra i progetti più attesi nell’ambito dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.
L’esposizione rende omaggio, nel centenario della nascita, a Fabio Mauri (Roma 1906-2009) – artista, scrittore e intellettuale tra le figure più radicali del secondo Novecento con un legame speciale con la città dell’Aquila. Mauri ha infatti insegnato Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dal 1979 al 1999. La mostra quindi attraversa alcuni dei temi fondamentali della sua ricerca: il fascino delle ideologie, i meccanismi della propaganda, il potere delle immagini e la loro capacità di influenzare sulla coscienza individuale e collettiva.
Opere, installazioni, fotografie e azioni mettono così costantemente alla prova il rapporto tra rappresentazione e potere, chiamando in causa la responsabilità di chi produce le immagini e di chi le osserva. Lo spettatore non è mai posto in una condizione di neutralità, ma è chiamato a confrontarsi con le ambiguità, le rimozioni e gli oblii della Storia.
Una riflessione che, in un presente segnato da conflitti e tensioni ideologiche, conserva una forte attualità e riafferma la forza critica e il valore civile del lavoro di Mauri. Ad anticipare questa tensione è già il manifesto scelto dai curatori: un’immagine d’archivio in cui il profilo monumentale di un’aquila si staglia su una parata militare nazista. Memoria e politica si sovrappongono in una composizione che mette in relazione l’iconografia del potere con il nome stesso della città, introducendo visivamente alcuni dei temi che attraversano l’esposizione.
In occasione dell’apertura, sabato 26 settembre alle ore 11.30 e 17.30, torna, dopo quasi trent’anni Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst von Hussel di passaggio per Roma (1971), una delle azioni più emblematiche di Mauri, realizzata in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e con la regia di Giancarlo Gentilucci. Ricostruendo i Ludi Juveniles fascisti ai quali l’artista aveva assistito dodicenne nel 1938, la performance coinvolge direttamente il pubblico all’interno del dispositivo della rappresentazione, riducendo la distanza tra chi osserva e ciò che viene messo in scena.

Fabio Mauri Che cosa è il fascismo 1971_Performance ph Marcella Galassi Courtesy Fabio Mauri Estate and Hauser & Wirth
“Fabio Mauri ha costruito con L’Aquila un rapporto profondo e duraturo, fatto di insegnamento, ricerca e confronto con la città”, dichiara Pierluigi Biondi, Sindaco dell’Aquila. “Questa mostra restituisce oggi quella relazione in una forma viva e condivisa, grazie al percorso espositivo, ma anche grazie alla performance che ha coinvolto gli studenti di oggi dell’Accademia, e al lascito dei tombini che portano il valore di questa mostra nello spazio urbano.” “Con questa mostra il MAXXI L’Aquila si conferma ancora una volta un luogo capace di promuovere una profonda rilettura del passato alla luce del presente” dichiara Maria Emanuela Bruni, Presidente della Fondazione MAXXI. “Celebrare un artista non significa costruire un monumento immobile, ma rimettere in circolo un pensiero. L’opera di Fabio Mauri parla con la stessa intensità a chi ne conosce il percorso e a chi si avvicina alla sua arte per la prima volta, continuando ancora oggi far riflettere e a sorprendere.” “Sebbene concepite tra i quarant’anni e i cinquanta anni fa, le opere in mostra affrontano temi di grande attualità: la posizione ambigua e di confine dell’Europa, il rapporto tra arte e politica, la memoria e le rimozioni delle atrocità della guerra, il fascino persuasivo e fatale dell’ideologia fascista. La ricerca di Mauri sull’immagine e sullo schermo come strumenti di potere e persuasione si rivela oggi più che mai necessaria, perché interroga la nostra responsabilità e la nostra complicità, come individui e come società, con le ideologie di ieri e di oggi”, dichiarano i curatori Maurizio Cattelan e Marta Papini.
Al centro del percorso espositivo vi è Io sono un ariano pubblicato nel 2009 da Edizioni VOLUME!, ultimo progetto editoriale dell’artista, assunto dai curatori come una sorta di partitura autobiografica, un diario di sole immagini che crea una linea temporale che racconta la vita e le opere di Fabio Mauri. Intorno a questa linea la disposizione delle opere non segue un ordine cronologico o filologico, ma si sviluppa come una sequenza di immagini costruita attraverso associazioni visive, risonanze e contrasti.
L’esposizione si apre con l’installazione La resa (2002) e prosegue attraverso alcuni lavori rappresentativi della produzione di Mauri, tra cui Muro d’Europa / La barca (1979), Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo (1989) che comprende quindici litografie di Manipolazione di cultura (1976) e gli schermi monocromi e il bronzo raffigurante Joseph Goebbels, ministro della Propaganda della Germania nazista, di Entartete Kunst (1985). Una sezione immersiva ripropone l’allestimento della serie Arierwiege (1995), in cui arredi e oggetti quotidiani marchiati “ariani” svelano l’assurdità del dispositivo ideologico e razziale.
Il percorso continua con Piccolo Cinema (2007), Picnic o Il buon soldato (1998), Studenti (1992) – opera strettamente connessa all’attività didattica dell’artista – e la scultura Piccola atomica (1998). Arricchiscono l’esposizione i nuclei su carta mai presentati durante la vita dell’artista, Apocalisse e Scorticati, oltre all’installazione ambientale Interno/Esterno (1990).

Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila, Installation view, ph Roberto Marossi
A estendere la presenza della mostra nello spazio urbano sono tre tombini in bronzo scelti da Maurizio Cattelan e Marta Papini come lascito permanente alla città: un gesto che affida allo spazio pubblico la memoria dell’Aquila Capitale italiana della Cultura e della mostra dedicata a Fabio Mauri, attraverso i simboli dell’aquila e dell’iconico rosone della Basilica di Collemaggio.
Collocati in Piazza Duomo, Piazza Palazzo e via Verdi, gli interventi trasformano un elemento ordinario del paesaggio urbano in una presenza artistica destinata a rimanere nel tempo, creando un ulteriore punto di contatto tra la storia di Fabio Mauri, quella dell’Aquila e lo sguardo curatoriale di Cattelan e Papini.







