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Un cocciamatte ci insegna a guardare il mondo
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Il lancianese Remo Rapino conquista i lettori nazionali con il suo Vita, morte e miracoli di Liborio Bonfiglio, 2019, e riporta recensioni lusinghiere su “Repubblica”, “Il fatto quotidiano” e altre pubblicazioni nazionali. Il libro è tra gli ultimi dodici finalisti selezionati al Premio Strega. Riportiamo una breve conversazione avuta con lo scrittore.

Quello che colpisce immediatamente (e che all’inizio può dare anche fastidio) non è tanto il personaggio, l’idiota, di cui ci sono illustri esempi nella letteratura internazionale, ma è il linguaggio, questo flusso continuo di parole, italiane, dialettali o dialettali italianizzate, senza rispetto alcuno per le regole della sintassi e della punteggiatura. Si è ispirato a qualche modello?
Almeno tre aspetti penso che vadano considerati nella radiografia del libro: gli eventi, il personaggio, la lingua, e tutti dialetticamente intrecciati tra loro. La storia si snoda nell’arco di un secolo o quasi (1926 - 2010); il personaggio, direbbe Ermanno Cavazzoni, è un idiota esemplare, che guarda la realtà, vissuta ai margini, con disincanto, tra meraviglia e dolore; e la racconta con un codice espressivo tutto suo, una parlata gergale, con dialettismi, parole approssimative e personali, aderenti al personaggio stesso. Insomma una sorta di diario parlato e scritto così come Liborio parla. Sono parole-ombra che pure fanno luce e vedono cose che occhi normali non vedono o sottovalutano. Per la lingua qualche assonanza potrebbe riscontrarsi con il Vincenzo Rabito di Terra matta (Einaudi).
L'idioletto con cui il protagonista si esprime e con cui è scritto tutto il libro (che è un suo monologo) ti obbliga infatti ad abbandonare la convenzionale forma di pensiero ed espressione e a pensare come un "idiota". La scelta linguistica è stata dunque finalizzata a farci immergere nella visione semplice, pulita e trasparente che Liborio ha della realtà?
Idiota esemplare significa appunto questo: un modo di vedere e di vivere il mondo allo stesso modo in cui lo si interpreta. Mi vengono in mente i personaggi de Il poema dei lunatici e i tanti “idioti” che abitano il cortile della letteratura. Liborio è solo l’ultimo arrivato e convive con Macario di Juan Rulfo, con Ignatius di J.Kennedy Toole, con Mattio Lovat di Vassalli,con Gimpel di Singer, fino al principe Myškin di Dostoevskij, Bouvard e Pecuchet di Flaubert e, perché no, il Don Chisciotte di Cervantes. A dirla tutta, e a guardarsi intorno, soprattutto oggi, le forme “normali” di pensiero risultano essere molto più idiote. E falsificanti. Si pensi alla televisione, ai social, a certi personaggetti pubblici. Molte cose avrebbero da imparare dai “matti”.
Credo che in ognuno di noi esista il desiderio di vedere la realtà con l’occhio dell’idiota, sfrondata da tutte le convenzioni, i pregiudizi, i falsi miti, nelle sue forme semplici e più vicine alla verità. Quanto c’è di personale in Liborio? Quanto forte è in lei il desiderio di una realtà semplice, sana, pulita?
Liborio è fatto di molti Liborio, nel senso che ci cammina a fianco, in silenzio, ogni giorno. Ce lo portiamo dentro, spesso senza saperlo. Basterebbe chiudere gli occhi per vederlo, per capire e capirsi. Del resto, a dirla con Brecht, è la semplicità che è difficile a farsi. Sì, in un certo qual modo Liborio ha rappresentato un desiderio di una realtà altra, sana, pulita. La sua è una figura politica, nel senso che riguarda la Polis, intesa come comunità umana. E io ritengo che scrivere sia sempre un atto politico. Con una battuta: Liborio c’est moi!
Il capitolo più bello è stato per me quello del manicomio, con quella continua osmosi, tra mondo di fuori e mondo di dentro, Liborio che fa il medico, la struggente capacità di un matto di capire gli altri matti… Per lei qual è stato il più bello da scrivere?
Concordo, pure il direttore Mattolini (nome-omen), spesso ripeteva “Mica tanto matto questo Liborio!”. Capire e capirsi appunto. Attualmente c’è una ricca letteratura, una vera e propria ricerca, sulle fragilità esistenziali, sulle vite diversamente vissute, veri e propri repertori sui matti delle varie città, raccolti da Roberto Alaimo, Paolo Nori e altri nelle edizioni di Marcos y Marcos. Si veda anche Repertorio dei pazzi d’Italia, Il Saggiatore. Personalmente nel mio” Fuori margine” ho raccontato venti figure “fuori norma”, lunatici, giullari e matti che vagano nella mia città, e di ognuno, a conoscerli e parlarci, si sarebbe potuto dire “Però mica tanto matto…”. Sono i matti per caso, ma spesso è nelle nostre paure che risiede la loro pazzia, perché, il più delle volte, la vera nebbia che preclude la luce è solo la nostra. Ma ho trovato soddisfazione, quasi piacere direi, in molti altri passaggi durante la scrittura, ma anche durante le ricerche correlate alla storia. A indicare un altro momento della storia direi quello relativo alla testimonianza della rivolta ottobrina del ’43, un episodio sacro per tutti i lancianesi. Forse perché in quelle pagine tornavano i racconti di mio padre, che non a caso è contemporaneo di Liborio. L’uno nella realtà, l’altro nell’immaginario hanno vissuto quelle giornate, quei morti giovani, quel desiderio di libertà, entrando, così a pieno titolo nella Storia.-
La figura del padre, con quella bella immagine degli occhi che Liborio cercava di vedere riflessi nelle vetrine dei negozi e che poi alla festa finale non vuole guardare, ma forse proprio perché non li aveva mai visti, è il filo emotivo più continuo. Quanto di personale?
1926 e 2010 sono gli anni in cui è nato mio padre e quelli in cui è uscito di scena. C’è molto di personale quindi. Certo, è il filo rosso, insieme alla invenzione delle lapidi, di tutta la storia. L’unica differenza è che gli occhi di mio padre io li ho visti e li ricordo. E sono uguali ai miei. Mi pare tutto molto bello, una giusta sintesi tra la ragione e il cuore. Gli occhi sono importanti. Ogni sguardo ha un’anima e gli sguardi non sono mai passivi, amorfi. Gli sguardi sono corpi che toccano o sfiorano altri corpi. Basta chiudere gli occhi per vedere la profondità delle cose. Forse Liborio c’insegna a guardare oltre, ad ascoltare.
E’ stato difficile passare dalla poesia e dai racconti al romanzo? Un romanzo poi che passa sotto gli occhi di un “idiota” tutti gli avvenimenti fondamentali del secolo breve e le importanti tematiche sociali economiche, politiche?
Nessun problema di rilievo. Ho sempre inteso la poesia come un racconto, una architettura di storie, di persone, di vite che, pur nella loro individualità tendevano ad assumere una dimensione universale, politica in senso largo. Insomma una poesia intesa tra racconto e atto politico. Si pensi a Spoon River di Masters, a Lavorare stanca di Pavese. Nello specifico Liborio nasce come figura poetica (in Caffetteria, Moby Dick, 1998), poi si fa racconto, scritto in terza persona in lingua (in Vite di sguincio, Carabba, 2017) alla fine diventa Bonfiglio Liborio che racconta e scrive, così come parla, la sua vita. Così si affida la storia del Novecento, con tutte le sue tematiche, alla voce di un “matto”. Mica tanto matto però… Si potrebbe concludere, infine, dicendo che Bonfiglio Liborio, anche al di là delle sue intenzioni, tenda ad assumere una valenza simbolica. Le pagine che lo raccontano proclamano la necessità della diversità, la giustizia dell’accoglienza, la difesa evangelica dell’altro, del prossimo nostro appunto. In sintesi un libro che parla di porti aperti per tornare ad appartenersi e riconquistare il senso dell’essere nel mondo, e, quindi, così riconquistarsi alla dimensione del restare umani.

Remo Rapino
Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Minimum Fax 2019, pag. 265
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E’ un pianoro di silenzio, quello di Ocriticum, a volte attraversato dal vento e animato da voli e colori intonati. Qui ci si sente immersi in una felice congiuntura di spazio e tempo.

Rosanna Tuteri

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